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Pochi giorni fa ci arriva notizia di un rapimento a Gaza. Si tratta di un reporter italiano,
Vittorio Arrigoni

Chissà quanti lo conoscevano prima di questa notizia… io no, sono sincero, e un po’ me ne vergogno. Ho cercato quindi immediatamente di costruirmi un ricordo di lui, scandagliando in maniera minuziosa il web.

Vittorio, o Vik, come si firmava nel suo blog sui suoi articoli, era un pacifista filo-palestinese. Lottava attivamente per la libertà dei popoli e accusava Israele di crimini contro l’umanità.

Ed eccolo lì, in video, occhi bendati e la testa sporca di sangue, mentre uno dei suoi carcerieri gli tiene la testa per i capelli. I suoi occhi sono celati da una specie di benda, sembrerebbe quasi scotch nero, ma pare di vederli mentre con fierezza ed orgoglio stanno sfidando quel momento. I sequestratori chiedono uno scambio: Vittorio per alcuni loro militanti ed un leader: 30 ore di tempo per dare una risposta. Ma quelle ore non sono mai passate. Forse Vik è stato giustiziato dopo pochi minuti o dopo qualche ora, ma poco importa ormai. Questa è gente che non ha umanità, non ha una parola, non ha dignità. Vik è stato trovato impiccato in un appartamento a Gaza. Vik è morto per i suoi ideali (membro attivo di International Solidarity Movement) e per il suo lavoro (scriveva per Il Manifesto).

Qualcuno ha commentato: “Era il suo lavoro, l’aveva scelto lui, sapeva a cosa andava incontro”. La solita polemica sterile che accompagna anche i militari in missioni di pace o pseudo-pace se vogliamo. Ma le notizie vanno create, i reportage vanno fatti, gli articoli vanno scritti. Se non ci fossero giornalisti come Vik avremmo solo dei graaaandi “opinionisti” che fanno marchette in TV commentando gossip e il nulla cosmico. Ci sono giornalisti e Giornalisti.

Vik è morto dimostrando praticamente il significato della sua frase: Restiamo umani (Stay human). Lui è restato, rimasto, umano fino in fondo. Nonostante tutto. Nonostante sapesse che di umano, in quella mano che gli teneva la testa per i cappelli, non ci fosse la benché minima traccia.

Quella frase che divenne anche il titolo di un suo libro.

Dal suo blog, ecco la presentazione di “Restiamo umani”:

Cari Hermanos,
il nostro adagio “RESTIAMO UMANI“,
diventa un libro.
E all’interno del libro il racconto di tre settimane di massacro,
scritto al meglio delle mie possibilità,
in situazioni di assoluta precarietà,
spesso trascrivendo l’inferno circostante su un taccuino sgualcito
piegato sopra un’ambulanza in corsa a sirene spiegate,
o battendo ebefrenico i tasti su di un computer di fortuna
all’interno di palazzi scossi come pendoli impazziti da esplosioni tutt’attorno.

Vi avverto che solo sfogliare questo libro potrebbe risultare pericoloso,
sono infatti pagine nocive, imbrattate di sangue,
impregnate di fosforo bianco,
taglienti di schegge d’esplosivo.

Se letto nella quiete delle vostre camere da letto rimbomberanno i muri
delle nostre urla di terrore,
e mi preoccupo per le pareti dei vostri cuori
che conosco come non ancora insonorizzate dal dolore.

Mettete quel volume al sicuro,
vicino alla portata dei bambini,
di modo che possano sapere sin da subito di un mondo a loro poco distante, dove l’indifferenza e il razzismo fanno a pezzi loro coetanei come fossero bambole di pezza.
In modo tale che possano vaccinarsi già in età precoce
contro questa epidemia di violenza verso il diverso e ignavia dinnanzi all’ingiustizia.
Per un domani poter restare umani.

I proventi dell’autore,
vale dire Vittorio Arrigoni,
me medesimo,
andranno INTERAMENTE alla causa dei bambini di Gaza sopravvissuti all’orrenda strage,
affinché le loro ferite possano rimarginarsi presto (devolverò i miei utili e parte di quelli de Il Manifesto al Palestinian Center for Democracy and Conflict Resolution, sito web: www.pcdcr.org , per finanziare una serie di progetti ludico-socio-assistenziali rivolti ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati ).

Nonostante offerte allettanti come una tournee in giro per l’Italia con Noam Chomsky, ho deciso di rimanere all’inferno, qui a Gaza.
Non esclusivamente perché comunque mi è molto difficile evacuare da questa prigione a cielo aperto (un portavoce del governo israeliano ha affermato :”è arrivato via mare, dovrà uscire dalla Striscia via mare”), ma soprattutto perché qui ancora c’è da fare, e molto, in difesa dei diritti umani violati su queste lande spesso dimenticate.

Non avremo certo gli stessi spazi promozionali di un libro su Cogne di Bruno Vespa o una collezione di lodi al padrone di Emilio Fede,
da qui nasce la mia scommessa,
sperando si riveli vincente.

Promuovere il mio libro da qui, con il supporto di tutti coloro che mi hanno dimostrato amicizia, fratellanza, vicinanza, empatia.
Vi chiedo di comprare alcuni volumi e cercare di rivenderli se non porta a porta quasi, ad amici e conoscenti, colleghi di lavoro, compagni di università, compagni di volontariato, di vita, di sbronza.
E più in là ancora, proporlo a biblioteche, agguerrite librerie interessate ad un progetto di verità e solidarietà.

Andarlo a presentare ai centri sociali e alle associazioni culturali vicino a dove state.

Si potrebbero organizzare dei readings nelle varie città, (io potrei intervenire telefonicamente, gli eventi sarebbero pubblicizzati su Il Manifesto, sui nostri blog e aggiro per internet)
e questo potrebbe essere anche una interessante occasione per contarsi, conoscersi, legarsi.
Non siamo pochi, siamo tanti,
e possiamo davvero contare,
credetemi.

Il libro lo trovate fin d’oggi nelle edicole con Il Manifesto,
e fra due settimane nelle librerie.

Confido in voi,
che confidate in me,
non per i morti
ma per i feriti a morte di questa orrenda strage.

Un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci, ci unisce.

Restiamo umani.

vostro mai domo

Vik

“Mai domo”, così chiude questo messaggio Vik. E mai domo sarà ora.

Tanti pensieri sono passati nella mia mente, mentre guardavo le sue interviste in video,


.
mentre ascoltavo il suo redarguire Saviano sull’accoglienza di Israele e l’elogiare dell’apertura mentale di Tel Aviv
.

…tanti pensieri. Un ragionamento veloce mi corre in testa. Una delle domande che si potrebbe fare, e che molti credo farebbero a Vik e ad altri come lui, è:“ Perché lo fai? Cosa ti spinge a farlo?” ma mi accorgo della retoricità della stessa e mi rispondo: “Perché non lo facciamo noi? Cosa ci spinge a NON farlo?”. Non siamo tutti tagliati per la “prima linea”, non siamo propensi a farci sparare addosso mentre affianchiamo i contadini palestinesi in una manifestazione di protesta pacifica, a fare da scudo a bambini indifesi, a sopportare cose che i nostri occhi rifiuterebbero… ma siamo UMANI, o meglio, pensiamo di esserlo e quindi dove sta la nostra umanità? Dobbiamo lavorare affinché le disuguaglianze possano essere cancellate in qualsiasi parte del mondo, perché il diverso (diversi siamo tutti, perché non c’è DNA uguale al nostro) diventi uguale e perché ogni individuo abbia pari diritti, soprattutto il primario, quello alla vita. Non serve andare a Gaza, per noi comuni timorosi e paurosi, basta scendere in strada e guardarsi attorno. C’è tanto da fare, dalla più piccola carezza al più grande gesto d’amore: dare la vita per gli altri…Vik l’ha fatto.

Vittorio aveva 36 anni, più giovane di me. E quei suoi 36 anni saranno eterni ora, tanto da renderlo un immortale nelle nostre menti.

Vik, ti ho conosciuto così e così ti ricordo: quella tua R moscia, il piercing sul sopracciglio sinistro, i tuoi tatuaggi e la tua pipa in mano. E nella mente e nel cuore una grande umanità.

Restiamo umani… nonostante tutto.

Ciao Vik.

IMP

[Vittorio Arrigoni, brutalmente ucciso il 15 aprile 2011 a Gaza]

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